Risplendo non brucio di Ilaria Tuti, Longanesi 2024
Johann e Ada. Un padre e una figlia che non hanno più notizie l’uno dell’altra. Due medici costretti loro malgrado ad attraversare le rapide sempre più folli di una guerra che sembra frammentarsi in tante altre guerre.
Una SS suicida o forse uccisa e delle ragazze martoriate da un essere sadico e malato…
Da Dacau a Trieste, da Kransberg alle montagne carniche. Johann e Ada, lontani ma indissolubilmente legati cercano di sopravvivere alla crudeltà sadica e diabolica di nazisti, partigiani e titini, ognuno impegnato a combattere la sua guerra, sempre più assurda, sempre più spietata.
L’autunno del 1944 fa da sfondo ad un thriller inserito in un’atmosfera già di suo greve e cupa.
Gli eventi si susseguono sospesi al tempo oscuro e difficile della seconda guerra mondiale, mentre ognuno è impegnato a modo suo a tentare di sopravvivere e molti uomini e donne sono tutt’altro rispetto a quello che sembrano.
Di tutti i romanzi della Tuti, questo è stato per me quello emotivamente più difficile da attraversare.
Mentre scorrono le pagine, sempre più pressantemente ci si chiede come sia stato possibile, anzi, come sia possibile che l’uomo sia sempre più disposto a venire a patti con crudeltà, sadismo e abbrutimento, conseguenze del perseguire guerre sempre più assurde e inaccettabili.
Un romanzo tutt’altro che di evasione, reso ancora più evocativo e coinvolgente dalla scrittura che, dalla prima all’ultima parola, ti afferra e ti trascina in un turbine di emozioni e sensazioni che hanno bisogno di un loro tempo per essere metabolizzate.
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