Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa, Feltrinelli 2013

Capita di rado di non avere le parole per raccontare un romanzo. E spesso questo capita quando c’è più bisogno di trovare parole adatte per descrivere e per raccontare. Raccontare le sensazioni, le emozioni, i sentimenti che si provano durante una lettura, mentre scorrono le pagine. Nel 1948 nasce lo stato d’Israele. Nasce in un territorio già abitato, nasce in città e villaggi di palestinesi costretti loro malgrado a scappare per divenire rifugiati in campi profughi dove la vita si mangia sogni e speranza. Amal è una bambina quando deve scappare in fretta e furia dalla sua casa insieme alla sua famiglia. Comincia così il racconto della sua vita, delle vicende della sua famiglia, dei suoi due fratelli costretti dalle circostanze a diventare nemici. Le vicende storiche si intrecciano alla vicenda personale di Amal. Dal 1948 fino al 2002, passando per gli anni dell’adolescenza, dell’università, della vita adulta. Amicizie, amori, anzi, il grande amore della sua vita, la maternità, la vita negli Stati Uniti. Senza mai dimenticare Jenin e il suo campo profughi, macero di sogni e di speranze, oltre che di vite umane. La storia come l’hanno vissuta i palestinesi, vista dai loro occhi. Non c’è biasimo per gli israeliani, né tantomeno odio o disprezzo. Solo la compassione di chi è consapevole di trovarsi in vicende molto più grandi e complicate degli stessi uomini e donne che si è. Questo romanzo struggente racconta tutta l’ingiustizia di ciò che i palestinesi loro malgrado sono costretti a subire, tutta l’ingiustizia e la crudeltà di vite che iniziano e finiscono in campi profughi, vite a cui non viene riconosciuto senso e dignità.

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